Ensemble Micrologus, Daniele Sepe and Rote Jazz Fraktion - CD
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cd cover Ensemble Micrologus, Daniele Sepe and Rote Jazz Fraktion
Kronomakia (Il manifesto)

Neopolitan arranger, composer and saxophone player Sepe, joined by two ensembles, takes on the early music of Italy and his own compositions in his usual shocking style, seamlessly joining jazz, classical and early art music into a beautiful whole.

   

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Che la Storia si possa definire una guerra illustre contro il tempo, una sorta di “Kronomakia” insomma, lo diceva già qualcuno nell’Ottocento e con maggiore autorevolezza di noi. La Storia tutta, compresa quella della musica, così legata nel suo evolversi a meccanismi di azione e reazione più o meno occulti; così lineare all’apparenza e, invece, fitta di intrecci imperscrutabili a proposito dei quali, oggi, si parlerebbe di fusion con assoluta nonchalance.

In certe epoche, poi, il concorso/scontro di istanze culturali diverse o di segno opposto ha assunto un andamento frenetico, rendendo impossibile racchiudere la creazione, musicale o letteraria che fosse, entro margini inviolabili. La nostra, ad esempio, è una di queste epoche. Ma, andando a ritroso nel tempo, si scoprono nel Medioevo, specie in quel periodo compreso tra il fatidico anno Mille ed il secolo XIV, i segni di una vivacità ancora più ribollente e composita. La contaminazione, di cui troppo si discute oggi in musica e non solo, ha dunque radici antiche. A spianare la strada all’incontro (solo in apparenza bizzarro) tra l’ensemble Micrologus e Daniele Sepe è la scelta di un repertorio nel quale convivono per natura il tratto colto e quello popolare, l’approfondimento vocale e strumentale, l’accento religioso e profano, nel rispetto di una tendenza storica della musica occidentale medievale capace di trasformare la tradizione in innovazione, non disdegnando di assimilare istanze “altre”, come quelle del mondo arabo.

Per gettare uno sguardo accorto sulla produzione musicale dei primi secoli del secondo millennio, però, occorre fare un passo indietro e prendere in considerazione il ruolo propulsore ricoperto dalla Chiesa, gia dal V secolo, attraverso la codificazione e la diffusione del canto gregoriano. Sottratto ad una funzione voluttuaria (cara a greci e romani) e destinato ad un uso spirituale, ma non per questo meno efficace sul versante sociale, il salmo gregoriano fissava il ruolo predominante della musica vocale su quella strumentale e dell’elemento melodico su quello ritmico. Col tempo, con la lingua latina inquinata dagli influssi volgari emergenti, il canto gregoriano, strettamente modulato sulla parola, avrebbe inevitabilmente assunto altre sembianze (Inni e Sequenze), accedendo ad un’espressività meno rigida, aprendo di fatto la strada alla canzone profana. Quest’ultima si pone come evoluzione ed insieme reazione nei confronti degli stilemi espressivi “ufficiali”: di tale natura sovversiva è testimonianza l’accanimento col quale la nuova produzione fu a lungo osteggiata dal clero. La musica, dunque, esce dalle chiese e si affida a girovaghi, saltimbanchi che, nel corso degli anni e nei diversi paesi, prenderanno nomi diversi: i jongleurs, faranno spazio ai troubadors (in Provenza), ai trouvéres (nel nord della Francia), ai Minnesänger (in Germania), ed ai menestrelli, così detti per il fatto di “ministrare”, appunto, un ufficio musicale. È in ambito trobadorico che la danza assurge al rango di fenomeno sociale, trovando sviluppi a corte (danza alta) o in contesti assai meno formali, come nel caso del Saltarello o della Manfredina, balli ripresi qui con esempi di fine Trecento ricavati da un manoscritto custodito a Londra.

Tra le molte nuove figure impegnate a diffondere il verbo musicale, un posto di rilievo spetta ai clerici vagantes ed ai goliardi (studenti girovaghi costretti a spostarsi per le varie città d’Europa per seguire le lezioni), beffardamente distanti dall’ufficialità liturgica e cortigiana, avvezzi ad un linguaggio che del latino si serve in termini parodistici, contaminandolo con espressioni della nascente lingua volgare. I Carmina Burana - ritrovati nel 1803 presso il convento benedettino di Beuren e resi celebri, nel ventesimo secolo, soprattutto da Carl Orff in una versione spuria sinfonica - sono appunto opera di questi studenti impertinenti e colti: si tratta di canzoni profane scritte intorno al 1230, in cui si celebra la natura (“Tempus transit gelidum”) o le gioie del cibo e dell’amore, fino ad attaccare il potere (“Vite perdite”) rivelandone la corruzione con ammirevole coscienza critica. Non si pensi, comunque, che l’elemento sacro scompaia del tutto dalla produzione musicale fiorita intorno al Due e Trecento. In Italia, ad esempio, accanto all’affermarsi della poesia trobadorica, si assiste al nascere della Lauda, connessa al boom del francescanesimo e di altri fenomeni religiosi. Analogamente, in Spagna prende piede la Cantiga, evoluzione coerente, in senso storico-culturale, dell’inno gregoriano. Sul piano formale, la Cantiga (così come la Lauda) presenta innovazioni non trascurabili, poggiando su un riferimento tonale finalmente concluso dal quale il canto popolare - specie quello di derivazione araba, molto influente in Spagna - aveva insegnato a non prescindere. Le Cantigas de Santa Maria rappresentano la più importante raccolta di canti religiosi di ispirazione popolare del tempo; fu il Re Alfonso X di Castiglia a riunire i contributi di vari poeti musicisti in un’unica opera, giunta a noi in un prezioso codice di fine Duecento che rappresenta, tra l’altro, una straordinaria fonte iconografica per lo studio degli strumenti dell’epoca. A conferma del legame forte tra la produzione spagnola e quella di derivazione araba-andalusa c’è il fatto che poemi mozarabici di vari autori, come Al Quazzal Malaqui, venissero modulati di frequente su melodie già esistenti, spesso ricorrendo proprio alle Cantigas.

Di argomento religioso è infine anche “Stella Splendens”, tratta dal Libre Vermell de Montserrat, un manoscritto del XIV secolo trovato nei pressi di Barcellona: canti del genere dovevano allietare i pellegrini che si recavano al monastero di Montserrat, appunto, accompagnandone le danze sul sagrato. - Stefano Valanzuolo

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